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Rastrellamento del Grappa

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DOMANI Sabato 25 settembre 2010 BASSANO DEL GRAPPA
Cerimonia in ricordo delle vittime del rastrellamento del Grappa
20/28 settembre 1944.




Il rastrellamento del Grappa, contrariamente alla versione diffusa e accettata da decenni anche dalla storiografia ufficiale, non fu un’operazione militare, ma un massacro di uomini indifesi, in parte partigiani combattenti che si erano arresi o consegnati spontaneamente, in parte civili inermi, padri di famiglia e ragazzi.

Tra il 20 e il 27 settembre 1944, sul Grappa, quindi, non avvenne un combattimento sanguinoso tra tedeschi e partigiani, ma solo alcuni scontri armati, con un numero esiguo di perdite. Le forze della Resistenza, infatti, non disponevano di armi adeguate e neppure di munizioni sufficienti per fronteggiare un rastrellamento messo in atto da migliaia di uomini e, dopo un breve tentativo per contrastare il nemico, dovettero abbandonare il terreno. La maggior parte dei partigiani riuscì a sganciarsi e, superando i posti di blocco disposti attorno al massiccio, a trovare un nascondiglio o a tornare a casa.

I tedeschi intendevano “bonificare” la zona del Grappa dai “banditi”, per la costruzione della Blau Linie, una linea fortificata che doveva fermare l’avanzata delle truppe alleate sulle Prealpi, e a questo scopo, secondo i documenti, il generale Wilhelm Harster, comandante della Polizia di sicurezza e del Servizio di sicurezza per l’Italia (BdS), aveva ordinato di uccidere 30 uomini per ogni villaggio situato ai piedi del Grappa.

Dal momento che i partigiani erano sfuggiti attraverso le maglie dei rastrellatori, il tenente delle SS Herbert Andorfer, comandante di un’unità mobile, il Kommando Andorfer, ufficiale già esperto in pratiche di sterminio per aver “gasato” oltre 5000 ebrei a Belgrado nel 1941, mise in atto un piano crudele. Il Comando tedesco s’impegnò a condonare le pene previste per i renitenti: coloro che si fossero presentati spontaneamente sarebbero stati arruolati nella Flak Italien oppure mandati a lavorare per i tedeschi nell’Organizzazione Todt. Queste disposizioni furono diffuse con tutti i mezzi disponibili: i manifesti murali, il megafono, l’opera persuasiva di vicini e conoscenti di parte fascista, le visite dei brigatisti italiani di casa in casa.

La popolazione accolse il provvedimento come la liberazione da un incubo e i familiari dei partigiani e dei renitenti, sfuggiti alla caccia delle pattuglie dei rastrellatori, convinsero i ragazzi ad uscire dai nascondigli, scongiurandoli di presentarsi spontaneamente al comando tedesco, e in alcuni casi li accompagnarono essi stessi.

Si trattò di un progetto infame: nazisti e fascisti uccisero fisicamente i giovani o giovanissimi uomini e moralmente tutti quei padri, madri e sorelle che, avendo convinto i propri cari a presentarsi, vissero negli anni a venire con il senso di colpa di essere stati la causa della morte del proprio figlio o fratello (Cesare Longo, Armando Benacchio, Silvio Martinello, Pietro Bosa, Ferdinando Brian, Francesco Caron, Attilio Donazzan, Angelo Ferraro, Fiorenzo Puglierin, Gio Batta Romeo, Ferruccio Zen).
Per il massacro del Grappa le truppe tedesche non seguirono il modello di sterminio nazionalsocialista che coinvolgeva tutta la popolazione, donne, anziani e bambini. Fu applicato il criterio della matrice maschile della guerra, secondo l’interpretazione del conflitto come scontro militare tra maschi, e furono uccisi centinaia di uomini e di giovani atti alle armi, in quanto guerrieri potenziali, mediante il sistema dell’esecuzione ordinata con fucilazione o impiccagione (Ferruccio Toniazzo, Maurizio Bergamini, Annibale Biasion, Attilio Bernardi, Guerrino Ruini, ignoto carabiniere di Potenza).

Per alcuni giorni, in tutti i paesi della fascia pedemontana del Grappa, si susseguirono fucilazioni e impiccagioni di giovani uomini, secondo l’estro o le attitudini dei rastrellatori, mentre un numero rilevante veniva inviato nei campi di concentramento tedeschi dopo una sommaria selezione.
Alcune esecuzioni furono precedute da tormenti e bastonature, ma anche da torture o sevizie come nel campanile di Cavaso del Tomba (Ferruccio Silvi, Leo Menegozzo, Gino Ceccato) o nell’osteria di Arten trasformata in tribunale (Antonio Boschieri, Zuelo Benincasa, Bortolo Camonico, Luigi Campigotto, Rino Torresan, Guido Todesco). Le stesse uccisioni furono seguite o alternate dall’incendio delle abitazioni, anche di intere frazioni come Schievenin, e dal saccheggio di case che permetteva ai rastrellatori di riempire le tasche e lo stomaco.

Il massacro fu eseguito secondo una vena creativa della crudeltà umana, che non escludeva interamente pianificazione e razionalità. La messa in scena e l’ostentazione dei cadaveri dei nemici uccisi fucilati o impiccati non furono dettate dall’impulso di un momento, da una vendetta “spontanea”, anzi erano marcatamente intenzionali (Gilberto Carlesso, Marcello Zilio, Guerrino Dissegna, Matteo Scalco, Michele Ancona, Girolamo Binotto, Mirto Andrighetti, Ermenegildo Metti, Carmine D’Innocenzo, Giuseppe Ardito, marinaio sconosciuto, Alfredo Ballestin).
L’esibizione delle vittime, tesa a terrorizzare la popolazione che doveva considerare colpevoli i partigiani per aver provocato la “giusta reazione” dei nazisti, s’intrecciò con la prassi opposta della loro sparizione, della cancellazione di ogni traccia della loro morte, con esecuzioni quasi clandestine.
Il 22 settembre 1944 mentre Lodovico Todesco, comandante della brigata Italia Libera Campo Croce, cadeva in combattimento, la madre Paolina e la sorella Ester venivano arrestate e caricate a forza su un camion militare per essere deportate in Germania. Di loro non si ebbe più alcuna notizia, scomparse nel nulla. Secondo la testimonianza di un soldato austriaco le due donne non furono portate lontano, ma uccise e il loro corpo occultato nel cemento di una delle tante piramidi anticarro fatte costruire dai tedeschi della Todt a Cismon del Grappa.
Anna Giglioli, la moglie incinta del ten. Angelo Valle, proprio per il fatto di essere l’unica donna destinata all’esecuzione, fu giustiziata di notte e seppellita in fretta, in una bassa fossa acquitrinosa.

Anche le fucilazioni all’interno della caserma Reatto avvennero quasi di nascosto e rimasero occultate fino al novembre del 1945, quando le salme di tutti i caduti furono riesumate (Mario Gattoni, Pio Ricci, Manlio Chirco, Giuseppe Chirco, Guido Pinarello, Giuseppe Romeo, Arturo Zen, Giovanni Favero, Emilio Boaretto, sette ignoti).
Soltanto per la disperata tenacia dei padri degli uccisi fu possibile ricostruire nel dopoguerra quanto era successo quel mattino del 24 settembre 1944. Carlo Gattoni, il padre del quindicenne Mario, concludeva il suo atto di accusa contro Alfredo Perillo, con una formale denuncia «per vilipendio di cadavere e per tentato occultamento essendo risultato che ai fucilati […] vennero fatti indossare sopra i propri abiti borghesi dei pantaloni lunghi di tela da militari onde renderne più difficile il riconoscimento (infatti le salme si presentavano tutte con uguali caratteristiche di vestiario) ed inoltre essendo accertato che a fucilazione avvenuta le vittime vennero sepolte nella fogna della caserma “E. Reatto” ove rimasero per circa 10 giorni avanti di venire inumate nel cimitero di S. Croce di Bassano del Grappa, causando così una più rapida decomposizione delle salme che si poterono solo in parte riconoscere dopo accurati esami sulle misere spoglie e con indicibile strazio dei singoli congiunti […]».
Anche in questo caso il messaggio era diretto alla popolazione: seppellendo le vittime nella fogna per accelerarne la decomposizione e renderne difficile il riconoscimento, oppure, ancora, di notte, anonimamente, nelle fosse comuni, il nazismo dimostrava di essere capace di annullare fisicamente i nemici fino a farli svanire nel nulla.
Nel massacro la divisione del lavoro della violenza dà a molti la possibilità di abbandonarsi alle proprie inclinazioni. L’unico dovere di ognuno è quello di contribuire con tutte le proprie forze alla violenza, per questo i plotoni di esecuzione della caserma Reatto sono composti da italiani e tedeschi alternati e dello stesso plotone fanno parte le diverse specialità della Repubblica sociale. Una divisione del lavoro alla quale partecipano anche gli “altri” della truppa, coloro che oziano nei pressi della morte, spettatori indolenti o entusiasti, come le compagnie della Tagliamento dei giovanissimi volontari di Salò, quelli della Camilluccia che assistono alla fucilazione dei 20, tra partigiani e alleati, avvenuta a Carpané presso la stazione ferroviaria (Angelo Valle, Alfredo Tosin, Filippo Bianchi, Giuseppe Mocellin, Virgilio Versa, Matteo Gheno, Pietro Boaria, Federico Fiorese, Luigi Ferrarsi, Antonio Bellò, Angelo Bosio).
Solo alla fine, tutti gli assassini si raggruppano in un luogo «per festeggiare insieme il trionfo del lavoro eseguito». Domenico Martinello, padre di Silvio, uno dei ragazzi di Pove impiccati a Bassano, affermò nella sua deposizione che i fascisti del paese con quelli di Valdagno «banchettarono insieme la sera del martedì col pollame rapinato alla famiglia Bennacchio», il cui figlio era stato impiccato. Pietro Trevisan, durante il processo contro i maggiori responsabili italiani del rastrellamento, raccontò in aula che alla sera, dopo l’impiccagione dei 31 giovani di Bassano, si svolse un banchetto al quale parteciparono tedeschi e brigatisti. Festeggiarono nei loro soliti locali di ritrovo, il Caffè Centrale e il ristorante “al Cardellino”.

Il massacro del Grappa ebbe termine martedì 26 settembre 1944 a Bassano, quando 31 tra partigiani e civili, furono impiccati agli alberi delle vie cittadine, con il cartello “Bandito” sul petto (Giovanni Cocco, Gastone Bragagnolo, Giuseppe Bizzotto, Luigi Stefanin, Albino Vedovotto).
L’esecuzione, allestita su tre vie alberate della cittadina trasformate in improvvisati patiboli, fu eseguita da giovani volontari di Salò, ex Fiamme bianche dislocate alla Flak Italien di Bassano del Grappa. I ragazzi, tutti sui 17 anni, addossavano il camion sotto le piante, afferravano il laccio, lo infilavano al collo della vittima che scaraventavano dal camion e andavano avanti (Leonida De Rossi, Ignoto, Francesco Cervellin, Giovanni Cervellin, Giuseppe Giuliani, Carlo Fila). Talvolta davano due violenti strappi alle gambe della vittima per affrettarne la morte (Mario Aliprandi, Girolamo Moretto, Ignoto)
Secondo la testimonianza del prof. Rino Borin, a dirigere l’impiccagione, vi era un componente del Kommando Andorfer, il vicebrigadiere SS cecoslovacco, Karl-Franz Tausch, nato a Olmuetz il 9 ottobre 1922.
Alcuni mesi fa, avuta notizia della possibile esistenza in vita sia di Andorfer che di Tausch, gli Istituti storici per lo studio della Resistenza e dell’età contemporanea di Vicenza e di Treviso hanno presentato formale richiesta alla Procura Militare perché finalmente, dopo oltre 60 anni, siano accertate le responsabilità degli esecutori del massacro avvenuto a Bassano del Grappa il 26 settembre del 1944.
Ora Herbert Andorfer ha 97 anni, Karl-Franz Tausch, invece, ne ha quasi 86 e vive tranquillamente nella sua villetta a Langen, in Germania. Ormai sono due anziani signori che fra non molto dovranno rendere conto del loro operato ad un’Autorità ben più grande di quella umana.

Questo era quanto avevo scritto nel preparare la relazione di oggi. Tre giorni fa ho ricevuto la comunicazione che Andorfer, dopo essere resuscitato varie volte, è ufficialmente deceduto nel 2003 e ieri pomeriggio ho avuto la conferma che Tausch si è suicidato con un colpo di rivoltella alla testa dopo aver letto il lungo articolo pubblicato da un giornalista tedesco sul Frankfurter Rundschau. Ieri sera avrei dovuto cambiare questa parte della relazione in rapporto alla mutata situazione, ma poiché la cerimonia di stamani è per ricordare le vittime, il patrimonio di valori di cui ci hanno lasciato eredi, e non i carnefici, Andorfer, Tausch e la morte violenta di quest’ultimo, ho voluto lasciare il testo inalterato.
Qualcuno potrebbe affermare che, data l’avanzata età, essi avevano il diritto di morire serenamente o, in ogni caso, di essere lasciati in pace: che senso aveva metterli davanti alle proprie responsabilità dopo 60 anni?
E poi, perché ancora ricordare uno dei circa 400 massacri compiuti da nazisti e fascisti, uno degli infiniti massacri di questo secolo appena trascorso?
Le risposte non sono e non possono essere semplici.
Il rastrellamento del Grappa non fu un’operazione militare, ma un massacro di inermi, che nel dopoguerra si trasformò in una gigantesca menzogna e in un’enorme ingiustizia. Gli esecutori negarono ogni loro responsabilità, alcuni reparti non furono neppure processati e, alla fine, nessuno scontò la pena per quanto aveva commesso. Le vittime, oltre al massacro, subirono l’ingiustizia dell’assenza di giustizia. Pertanto restituire alla verità ciò che accadde oltre sessant’anni fa, conferisce un po’ di giustizia a chi ha dovuto tanto soffrire per la sua mancanza.
Il nome di coloro che furono appesi ai lecci e lasciati penzolare per ore, pronunciato ad alta voce nelle aule dei tribunali, scritto a caratteri cubitali sulla carta stampata, ripetuto di bocca in bocca, può risarcire le vittime strappandole all'oblio e restituendole alla memoria della verità (Giuseppe Moretto, Bortolo Busnardo, Ignoto, Pietro Citton, Emilio Seghetto, Giacomo Bertapelle).
Come gli individui non possono costruirsi una specifica identità e autonomia senza fare i conti con la propria storia individuale, così la collettività non può rimuovere il proprio passato, la propria storia senza conseguenze assai gravi.
«Per quanto possa essere un’esperienza dolorosa» scriveva nel 1999 l’arcivescovo Desmond Tutu, presidente della Commissione sudafricana “Verità e riconciliazione”, «non possiamo permettere che le ferite del passato arrivino a suppurazione. Devono essere aperte. Devono essere pulite. Devono essere spalmate di balsamo perché possano guarire. Questo non significa essere ossessionati dal passato. Significa preoccuparsi che il passato sia affrontato in modo adeguato per il bene del futuro».
In questi ultimi anni si è parlato molto di pacificazione con il passato, ma pacificazione ed oblio non sono la stessa cosa, bensì due modi assolutamente opposti di rapportarsi al passato. L'oblio porta alla cancellazione di quanto è avvenuto, invece la riconciliazione parte necessariamente dalla memoria e non può prescindere dal riconoscimento della verità e delle responsabilità. L'oblio nega e rimuove le responsabilità; la riconciliazione si costruisce sull'accettazione e l'individuazione delle responsabilità.

Nel nostro Paese sotto la parola "riconciliazione" si nasconde spesso la tentazione dell'amnesia e dell’oblio, con la ricorrente proposta di "riconciliazione" tra partigiani e repubblichini, attraverso il riconoscimento della “buona fede” che tende a fare degli uni e degli altri un sol fascio, dimenticando responsabilità e colpe.
E’ possibile che la maggior parte dei giovani che nel periodo ‘43-‘45 si sono schierati, rischiando volontariamente la propria vita, fossero in buona fede, convinti gli uni e gli altri di difendere la causa più giusta. Ma la buona fede è una categoria morale, etica, utile per ricostruire la biografia dei singoli uomini. Quando si ricostruisce la biografia di una nazione, quando si fa la storia di un paese, si deve guardare ai progetti per i quali gli uomini hanno combattuto, non alle ragioni individuali delle scelte di campo. Nella seconda guerra mondiale si sono contrapposti due progetti: uno era quello nazista, che voleva ridisegnare il mondo secondo una gerarchia delle razze e stabilire quali popoli avevano diritto a detenere il potere nel mondo e quali no; l’altro era quello degli alleati, che perseguivano obiettivi sociali e politici diversi, ma che trovarono il denominatore comune nell’opposizione al progetto nazista. Al di là di qualsiasi considerazione sulle storie personali dei ragazzi di Salò e sulla pietà per i caduti di tutte le guerre, di qualsiasi guerra, non si può dimenticare che le formazioni partigiane, gli internati militari, le forze regolari del Regno del Sud, tutti i ragazzi impiccati e fucilati che oggi ricordiamo, stavano dalla parte degli alleati, dalla parte della democrazia e della libertà, mentre il fascismo di Salò stava dalla parte di Hitler, del nazismo, dei campi di concentramento: questo resta il dato storico di fondo che nessuno potrà mai cambiare.

E' tempo ormai di accettare coraggiosamente tutto il nostro passato, qualsiasi esso sia, per costruire ponti fra gli uomini invece di muri che dividono. È necessario che la memoria diventi strumento di coscienza civile nel presente, che ognuno si assuma la responsabilità della propria storia, anche di quella che ha preceduto la nostra vita.
Dopo oltre sessant’anni, ragazzi della Resistenza e ragazzi di Salò sono ancora pieni di rancore per quanto è accaduto nel passato. Dovremmo chiederci se non possa essere anche questo un’ultima vittoria del nazismo, quella di privarci del buon uso della memoria, quella di impedire l’elaborazione del lutto e la riconciliazione fra gli uomini.
Ognuno di noi deve tentare, per riprendere l'immagine del vescovo Tutu, di guarire le ferite invece di farle suppurare, lavorare per la verità e la memoria, non per esacerbare gli odi, ma pacificare l’uomo con se stesso.
Vorrei terminare questa mia esposizione con le parole di una grande donna, Etty Hillesum, tratte dal suo diario:
«Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo ... Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra». Etty è morta ad Auschwitz nel 1943.

fonte: http://www.zetamente.net/ISTREVI/mem/RESIDORI-caduti-Grappa%5B2008%5D.pdf

AleRus575:
Per sempre BANDITI !!!

Watson:
Non avevo mai letto questo lunghissimo articolo su una pagina di storia a me non conosciuta...

... credo che fatti simili siano stati compiuti a migliaia in quegli anni, e credo che molte uccisioni senza processo siano state compiute anche dai partigiani (non posso pensare che il male ed il bene sia nettamente divisi tra le parti protagoniste di quel conflitto), certo che oggi a vedere quelle immagini i pensieri vanno immediatamente nei teatri di guerra di altre parti del mondo dove è quasi "normale" vedere cadaveri per le strade quotidianamente   >:(


Ma tornando a questo argomento ho provato a fare una googlata e sono usciti fuori questi due libri che potrebbero interessare a chi volesse approfondire l'argomento



Primo in ordine di uscita, edito dall’Istresco trevigiano lo scorso settembre, è il volumetto "Stellette sul Grappa" (pagg. 132, euro 12), che rievoca l’esperienza autobiografica del bergamasco Santo Valenti, classe 1923, dapprima costretto ad arruolarsi nell’esercito della Repubblica sociale e quindi passato ai partigiani dopo essere stato preso prigioniero a Pederobba, durante l’assalto alla locale polveriera, da una pattuglia della Brigata Matteotti.
Valenti, poi catturato dai tedeschi sul massiccio durante il rastrellamento e condotto inizialmente a Paderno e quindi a Bassano, si ritrovò prigioniero assieme ai 31 giovani che furono impiccati nei viali della città: lui solamente, assieme ad un vecchio ed un bambino e a tre militari inglesi, rimase nello stanzone dove erano detenuti scampando alla terribile sorte toccata agli altri. A salvarlo, probabilmente, il fatto che indossasse ancora la divisa di quando era stato catturato a Pederobba.

Della fine del 2007 è invece l’approfondito saggio di Sonia Residori intitolato "Il massacro del Grappa. Vittime e carnefici del rastrellamento (21-27 settembre 1944)", ricerca edita da Cierre in collaborazione con l’Istrevi "Ettore Gallo" (pagg. 288, euro 12,50). Residori (si veda l’intervista) dilata geograficamente e temporalmente il quadro abbozzato da Fontana, trascinando a forza il lettore dentro quella che fu una vera e propria operazione terroristica e sanguinaria, sfociata in esecuzioni sommarie, impiccagioni diffuse (nei vari paesi della pedemontana, oltre che a Bassano città), incarcerazioni, torture, incendi, saccheggi.

PaoloDòCavaj:

chiedersi ancora
da dove viene tutta questa disumanità
che noi,
unici fra i mammiferi,
 ci permettiamo.

Guardiamoci più attentaMente
e diffidiamo prima tutto di Noi

delle nostre certezze
dei nostri Egoismi
delle nostre religioni
del Nostro Integralismo

e a chi bisogno di Violenza e di Morte
non deniamo un secondo della nostra vita

e dei nostri più gioiosi Sentimenti
che fanno di ogni Uomo
un pezzo insostituibile
                           della Nostra Personale Storia


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